La famiglia ripetizioni - GSO

La famiglia ripetizioni

La famiglia ripetizioni

Tempo fa una famiglia si rivolse a me per capire come affrontare le difficoltà scolastiche del figlio. La famiglia era molto attenta ai suoi bisogni a tal punto da passare pomeriggi interi a svolgere i compiti con lui. Weekend trascorsi a casa e ferie rinviate per essere sempre a sua disposizione. Il figlio sosteneva: “La scuola la frequento per rendervi felici”.

Le fatiche scolastiche sembravano insuperabili e il sostegno genitoriale non aiutava a raggiungere risultati scolastici quanto meno sufficienti. Si presentarono un giorno da me per raccontare l’ennesimo insuccesso scolastico (un quattro in Latino) e per valutare il da farsi di fronte ad una eventuale bocciatura.

“Preside”, iniziò il padre, “mio figlio continua a prendere brutti voti in quasi tutte le materie, nonostante il nostro sostegno pomeridiano e nei fine settimana. Non si impegna! Non fa le lezioni per casa! Arriva alla fine del quadrimestre stremato e non vuole più venire a scuola. Dobbiamo lasciarlo a casa per diversi giorni per riprendersi dalle fatiche spesso improduttive. I professori dicono che le capacità non mancano, è la motivazione che risulta nulla. Abbiamo parlato più volte con insegnanti e referenti del Liceo ma, dopo una generica dichiarazione di impegno, ritornano le difficoltà insormontabili, lo scoraggiamento per una verifica andata male e infine lo stato di sconfitta e abbandono a se stesso. Noi proviamo ad aiutarlo in tutti i modi ma, niente, non c’è nulla da fare. Le materie che studia sembrano interessargli, ma pensa di non riuscire e quindi tira i remi in barca”.

“Avete provato a lasciarlo andare alla deriva da solo?” azzardo con un tono interlocutorio.

“Quando gli abbiamo detto che doveva arrangiarsi passava giornate intere ad oziare davanti al computer, non è responsabile e ha sempre bisogno del nostro supporto”. La madre rincara la dose: “Pensi che l’altro giorno ho passato un intero pomeriggio con lui a svolgere i compiti di Latino, con il risultato che abbiamo visto, un bel quattro. Potrebbe anche essere che il mio Latino sia arrugginito, ma le assicuro che il problema non era tanto nella difficoltà della prova, più o meno in classe il compito assegnato aveva le stesse difficoltà della prova sulla quale ci eravamo preparati, quanto sull’emotività che gli annebbia la vista quando si trova davanti alla prova. Un bel quaderno bianco e nient’altro. Tutto cancellato. Fatica vana. Mi sento molto delusa. Stiamo veramente brancolando nel buio. Non riusciamo a venire a capo della situazione. Cosa ci consiglia di fare?”

È in queste situazioni, quando si vedono persone culturalmente molto preparate e anche molto appassionate per i figli che ci si accorge di quanto faticoso sia il lavoro educativo dei genitori.

Eric Berne, in uno dei testi che lo hanno reso celebre, A che gioco giochiamo, sosteneva che in famiglia spesso si sviluppano dei giochi. Se tali giochi si ripetono nel tempo diventano dei veri e propri copioni, all’interno dei quali ciascuno recita una parte. Ciascuno assume un ruolo preciso e continua nel tempo ad esercitarlo senza grandi variazioni.

Nel copione ti attendi quindi che ognuno faccia la sua parte e abbia delle reazioni corrispondenti ai comportamenti attesi. Se ciò non si verifica, sorgono i conflitti. Quindi, il padre e la madre si disperano per i risultati scolastici del figlio? Il figlio si rattrista, pensa di averli delusi e di conseguenza cerca di accontentarli sottoponendosi al loro aiuto.

Le relazioni continuano uguali nel tempo con un equilibrio che non può essere scalfito, in cui il ruolo del genitore-salvatore diventa importante per il figlio-vittima, contro il persecutore-scuola che è la causa del disagio (triangolo drammatico di Karpman).

Nei copioni, solo se si rispettano i ruoli non ci sono conflitti e quindi in apparenza tutto sembra funzionare. Tutto tranne il compito di Latino. A questo punto ci si interroga sul perché il figlio non riesca a superare una prova che normalmente non richiede grande impegno.

Ecco allora la prima riflessione: è perfettamente inutile cercare la soluzione del problema all’interno della scuola. La soluzione del problema è in famiglia.

È a partire da questa riflessione che ho maturato la profonda convinzione che la scuola possa offrire ai genitori, in questo stato di disorientamento, un servizio complementare all’attività scolastica ma fondamentale per ottenere il successo scolastico dello studente: il Servizio di Psicologia e Pedagogia.

Ho sostenuto e sostengo con sempre maggior fermezza la linea strategica di una scuola all’interno della quale ci sia un Servizio di Psicologia e Pedagogia organico e non esterno alla realtà scolastica.

Il professor Z. A., che ha coordinato tale servizio all’interno della scuola paritaria che ho diretto, coadiuvato dallo psicologo Tito Sartori e da più di una ventina di specialisti, ha realizzato tale disegno convincendomi e convincendosi che la sfida del futuro per le nostre scuole non sia solo nella professionalizzazione delle competenze, ma anche e soprattutto nell’accedere alle risorse personali di ciascuno studente.

Sì, perché ogni studente deve essere visto come una risorsa. Ogni studente ha in sé un talento. Ogni persona si sviluppa all’interno di un ambiente famigliare che talvolta ostacola lo sviluppo, la valorizzazione e la formazione dei talenti. L’idea di essere unici e irripetibili è scritta nel nostro DNA, per chi ama la Scienza, mentre è da sempre scritta nella Bibbia per chi ha fede.

C’è quindi una missione che noi educatori ed operatori della scuola dovremmo avere: cominciare ad allargare l’orizzonte delle nostre soluzioni. Spesso viviamo di problemi, di conflitti, di situazioni difficili, di relazioni complesse e ci concentriamo su situazioni al limite dello stress emotivo.

Nella nostra cultura italiana, l’analisi del problema è molto dettagliata e precisa. Conosciamo sempre le cause dei problemi e in realtà pochi sono concentrati sulle soluzioni. Di questa malattia è afflitta la scuola che, a causa dei suoi eterni problemi legati agli organici, blocca qualsiasi ricerca di soluzioni nuove, fresche, vibranti di passione e cariche di innovazione. Quindi, se dovessi pensare a nuove soluzioni, non è certo all’interno delle singole istituzioni, ma nella fattiva collaborazione tra le istituzioni che si possono trovare prospettive strategiche a problemi vecchi.

La logica sistemica è quella che ad oggi mi ha aiutato di più a comprendere la complessità (Gregory Bateson docet). Di questa complessità il sistema delle relazioni interpersonali costituisce l’essenza della soluzione. Sogno quindi l’Università che si integra con la scuola a partire da alcuni punti di osservazione:

  • Le tematiche della famiglia, come nel caso in questione dove, ad esempio, sembra eccessiva la presenza dei genitori sulle scelte scolastiche del figlio a causa di una malintesa volontà di sostegno.
  • Il reclutamento e la formazione dei docenti che potrebbero avvenire, come in Finlandia dove gli studenti dell’Università che si preparano a diventare insegnanti svolgono un tirocinio impegnativo durante il percorso scolastico, sotto la diretta sorveglianza del personale docente della scuola. Sì, è proprio così: il docente-titolare sorveglia la lezione del docente-studente alla classe, vede sul campo le abilità e le attitudini del futuro insegnante in modo tale da fornire all’Università l’osservazione diretta sul campo. Ciò consente ai professori universitari di far proseguire sul cammino formativo di insegnante lo studente-tirocinante oppure di ri-orientarlo in altre professioni. E tutto questo prima che finisca l’Università, non dopo.
  • I problemi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ovvero Bisogni Educativi Speciali, e l’integrazione con i servizi sociali delle Ulss, chiamati in causa per risolvere problemi e magari per portare qualche progetto nelle scuole. Sicuramente si tratta di buone prassi, belle esperienze di collaborazione, soprattutto se si realizzano tra persone in sintonia con il bene dello studente o della classe oggetto dell’intervento. Troppo frequentemente, però, tali esperienze sono lasciate alla volontà dei singoli presidi, insegnanti, funzionari o operatori che, nel silenzio del bene che si pratica e spesso non si comunica, lasciano segni buoni e significativi per le persone coinvolte, ma deboli per attrezzarsi ad affrontare con sistematicità una complessità sempre crescente di problematiche psicologiche, pedagogiche ed educative manifeste nelle scuole.
  • Il tema dell’orientamento sul quale si potrebbero costruire delle vere e proprie task force di collaborazioni inter-istituzionali su due ambiti strategici:
    • La formazione degli insegnanti, che potrebbe avvenire su contenuti pedagogico-psicologico-relazionali con professori-professionisti di provata esperienza nel settore.
    • Le offerte formative integrate di corsi para-universitari per studenti del triennio delle scuole superiori in modo da aiutarli a compiere la scelta della futura Università sulla base di un percorso di sviluppo dei talenti, superando così l’annosa questione dei test di ingresso all’Università, scarsamente efficaci nel verificare la motivazione e la vocazione degli studenti alla scelta.
  • Il tema dei modelli pedagogici e degli impatti degli studi delle neuroscienze sull’organizzazione scolastica, in modo da costruire ricerche che verifichino la bontà teorica degli studi sul sistema esistente. Esattamente come avviene in Finlandia quando l’Università costruisce orari scolastici, spazi fisici, programmi di apprendimento e strutturazione delle lezioni in piena collaborazione con la scuola primaria o secondaria che sia. Con il passare del tempo i modelli di ricerca vengono affinati fino ad acquisire una certa stabilità e il necessario e regolare aggiornamento.

Considero che nello scrivere questo libro dei sogni e delle visioni qualcuno possa obiettare che le risorse per realizzare tutto ciò non ci siano e non si troveranno mai.

Mi permetto di contestare tale affermazione perché non sono le risorse l’anello debole di tali tematiche di integrazione tra mondo universitario e mondo della scuola, quanto l’autoreferenzialità dei sistemi e la sfiducia reciproca maturata negli anni.

Dovremmo riflettere sul fatto che i tentativi di collaborazioni tra sistemi come il percorso IFTS, post-diploma, si sono rivelati marginali e troppo orientati al mondo professionale. Anche la loro trascurabilità statistica non mi impedisce di considerarli degli strumenti in embrione da perfezionare per una possibile integrazione tra mondi diversi.

Credo comunque che il tema non sia solo l’integrazione tra sistemi diversi, ma quello di aprire una nuova fase costituente della scuola, che ripensi insieme Scuola e Università.

Sarebbe sicuramente utile abbandonare la gerarchia istituzionale scolastica in modo tale da recuperare il dialogo tra Scuole di diverso ordine e grado, compresa l’Università. Una nuova Visione quindi, costruita insieme tra Università e Scuole e definita nei ruoli in modo dinamico, aperto e collaborativo. In un’unica accezione potremmo dire: una scuola ripensata in modo sistemico senza gerarchie ma con ruoli diversi dentro ad un unico disegno.

Insomma, una nuova stagione di ricerca con la scuola e per la scuola e non sulla scuola, da parte del mondo accademico. Una nuova stagione di riorganizzazione curriculare, didattica, relazionale che si apra con un canale di dialogo su uno o più temi tra quelli enunciati e avvalendosi delle possibilità finanziarie offerte dall’Unione Europea e costruite utilmente per delle vere e proprie azioni di sistema su tutto il territorio nazionale.

E quindi quale consiglio offrire alla nostra famiglia in attesa di capire come deve aiutare il ragazzo a superare la verifica di Latino?

Direi che in un mondo ideale (seppur già oggi realizzato nella scuola di cui ero il dirigente), potremmo aver affidato la questione al servizio di psicologia interno alla scuola e da esso avremmo tratto le possibili risposte al problema.

Nel frattempo una soluzione intermedia è stata trovata.

“Cari genitori, ho messo a punto una nuova figura di insegnante: l’insegnante-tutor che, dopo aver partecipato ad un corso di formazione organizzato dal Servizio di Psicologia e Pedagogia della scuola su come si motivano i ragazzi svogliati, si prenderà cura di vostro figlio. Non si tratta di ripetizioni, ma di incontri di ricerca delle motivazioni allo studio e alle discipline di studio. Ci rivediamo tra un paio di mesi per vedere come è andata”.

La mamma mi risponde: “Mi sembra che lei abbia capito perfettamente il problema di nostro figlio, speriamo sia questa la soluzione”.

In cuor mio so che tale soluzione è un ripiego, l’ideale sarebbe lavorare con la famiglia per cambiare le dinamiche famigliari che sottendono ai problemi dei ragazzi. Tuttavia questa può essere una soluzione intermedia diversa da quella di arrendersi e arrivare a dire alla famiglia “suo figlio non è adatto al liceo, è molto meglio se lo aiutate a scegliere una scuola professionale”. In questo modo ci si toglie velocemente il problema di torno senza troppe idiosincrasie. Credo che ignorare la natura dei problemi sia comodo, ma alla lunga siamo condannati a ritrovarceli.

Giordano Casonato

Direttore di GSO

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