Questo è un fatto molto particolare, che rappresenta un caso limite, di come la sfiducia tra le persone, e soprattutto la difficoltà relazionale, diventino sempre più motivi di conflitto all’interno della scuola.
Mi si presenta il caso di una famiglia e di una studentessa di scuola superiore che lamentano una certa disattenzione della scuola ai problemi personali di salute presentati all’inizio dell’anno scolastico da parte della ragazza. Il periodo dei colloqui con il sottoscritto precede di qualche mese la fine della scuola.
La situazione particolare dell’allieva è di forte disagio, soprattutto nell’affrontare le verifiche, siano esse scritte oppure orali. Le assenze sono numerose. La malattia legata ad un disturbo dell’alimentazione impedisce alla giovane di frequentare regolarmente le lezioni.
La classe sembra mal sopportare tale situazione che sa di privilegio. La famiglia è molto presente, forse anche troppo, nella vita della figlia. La scuola deve comprendere le ragioni del disagio! Gli insegnanti hanno il dovere di considerare la situazione e aiutare al massimo l’allieva.
I genitori frequentemente vanno a ricevimento per parlare con gli insegnanti soprattutto del modo in cui aiutarla nelle verifiche. Spesso accendono contrasti con quegli insegnanti che, pur comprensivi, chiedono una maggior autonomia e responsabilità nel lavoro da parte della ragazza.
Il consiglio di classe è insofferente alla situazione perché la famiglia è veramente molto invadente e il servizio di psicologia della scuola conferma che una possibile lettura della situazione sia da cogliere nell’eccesso di presenza dei genitori nella vita della figlia, in particolare da parte della madre.
Durante tutto l’anno scolastico le tensioni relazionali tra scuola e famiglia si sono dilatate come in un elastico che si tira e si accorcia a piacimento, finché il peggiorare della situazione di salute, in concomitanza con la fine della scuola, diventa talmente insopportabile da far prendere alla famiglia una decisione tanto assurda, quanto carica di disperazione: ingaggiare un investigatore privato per pedinare gli insegnanti e verificare se il loro comportamento fosse conforme alla legge.
Questo perché, se il consiglio di classe non dovesse essere morbido durante lo scrutinio, gli insegnanti, attraverso il dirigente scolastico, si potrebbero ammansire con le minacce. La famiglia a questo punto chiede un incontro col dirigente, avendo raccolto le prove, e qui comincia il dialogo.
Il padre: “Mio caro dott. Casonato, qui ci sono fatti gravi che portiamo contro la scuola per contestare il possibile esito dello scrutinio, se non si dovesse tenere in debito conto la situazione”.
“Di cosa si tratta?” chiedo con un certo stupore.
“Si tratta del fatto che i vostri insegnanti non sono in grado di comprendere le difficoltà di nostra figlia. Abbiamo saputo che durante i compiti in classe ci sono alcuni alunni che copiano spudoratamente”.
“Non mi pare che questo sia una novità nella scuola, comunque sono in ascolto. Continuate pure”.
Il padre: “Il fatto è che Giovanna ce la sta mettendo tutta, ma la sua malattia le impedisce di essere sempre presente a scuola e poi i compagni la considerano una privilegiata perché si fa interrogare solo quando può e non quando capita. Sono gli stessi compagni che copiano spudoratamente a trattarla male!”.

“Direi che questo non va bene, ma non capisco. Quali sono i fatti che scatenano la vostra rabbia contro gli insegnanti? Mi pare di capire che sia un problema tra studenti”, rispondo con calma.
“Vedo che lei non coglie il punto. Qui si tratta di privilegi fatti nei confronti di alcuni studenti che gli insegnanti deliberatamente aiutano. E il motivo è molto semplice: sono gli stessi studenti che beneficiano di ripetizioni private a casa dei vostri insegnanti. Noi abbiamo le prove”.
“Beh… direi che i fatti addebitati sono gravi. Posso sapere cosa intendete per prove?”
“Mia figlia ha filmato in classe con il cellulare gli studenti quando copiano e quando chiedono sostegno ai prof, poi abbiamo fatto pedinare i professori da un investigatore privato per scoprire che alcuni di loro offrono ripetizioni ai loro studenti a casa, e riteniamo che ci siano gli estremi per rendere nullo lo scrutinio, perché i professori non hanno i requisiti morali e di conseguenza giuridici per affrontare uno scrutinio di fine anno in modo legale. Quindi cosa intende fare?”
Bella gatta da pelare per un dirigente scolastico di una scuola paritaria molto spesso accusata di promuovere, dietro compenso, studenti immeritevoli!
Più di una volta ho dovuto sostenere energicamente nei confronti di famiglie, dirigenti scolastici di scuole statali, commissari d’esame col pregiudizio nei confronti delle scuole paritarie, che gli scrutini e gli esiti degli esami si erano svolti regolarmente secondo lo spirito della legge e privi di qualsiasi forma di ‘agevolazione’.
Ho risposto in un modo che il mio vecchio preside di scuola paritaria alla ragioneria ripeteva spesso: “Cari genitori vi ricordo che i vostri figli sono qui perché voi pagate il sapere e non la promozione”.
Con il tempo ho costatato che, oltre al sapere, la scuola avrebbe offerto numerosi servizi fatti di tante piccole attenzioni, a cominciare dall’ascolto dei problemi personali, alla relazione con un prete disponibile al confronto sui temi etici e spirituali, alla buona educazione che veniva insegnata in modo naturale e condiviso da tutto il corpo docente. Soprattutto ho sempre pensato che la scuola pubblica, sia essa statale o paritaria, dovesse mettere al centro lo studente, o meglio ancora, la persona.

Ho sostenuto questo con profonda convinzione, cercando dentro di me, di fronte a problematiche complesse come quella della famiglia ‘investigativa’, di porre un’unica ragione alle scelte che avrei compiuto: qual è il bene della persona debole in questo momento? Qual è il bene dello studente che si fa aiutare dai genitori con il sussidio di un investigatore privato per trovare le ragioni di una possibile nullità dello scrutinio, in modo da poter influenzare l’esito di una promozione scolastica?
Non ho mai avuto dubbi: c’è un vantaggio immediato e c’è un bene che è per sempre. Spesso non coincidono. Il bene per sempre è stato il mio unico faro decisionale in tutti gli anni che ho trascorso da dirigente. Il bene bisogna compierlo bene e non si può fare tutto, diceva il Murialdo ai suoi educatori. Per compiere il bene bisogna essere straordinari nell’ordinario. Incoraggia, esorta a realizzare il bene e troverai bene.
Occorre cercare il bene- essere bene- un bene da costruire e non pre-confezionato pronto all’uso. Il bene che ho conosciuto è il bene delle parole buone e rispettose di un insegnante verso uno studente; è il bene di un silenzio che accoglie, piuttosto di una parola che giudica. È il bene dell’attesa che dà significato alla verità, sia essa verità con la V maiuscola, sia semplicemente la più piccola verità dei fatti.
È il compiere il bene, non ‘del bene’, che ci restituisce la dignità dell’essere persone con uno scopo nella vita. Vivere di bene, vivere bene, ben- essere contro il ben-avere. È il bene che si pratica e non si dice. È il bene che orienta le scelte perché le porta a diventare lungimiranti. Ah, che bello pensare al valore della lungimiranza! Sembra un vocabolo desueto.
Il Wikizionario su Internet ci spiega che lungimirante è aggettivo proprio “di persona che agisce con una prudenza, avvedutezza e coerenza illuminate, valutando e intuendo di ogni azione molte tra le possibili conseguenze future, positive o negative”; è proprio “di ciò che si pone obiettivi futuri a media e lunga scadenza sulla scorta di una attenta capacità di previsione fondata sull’analisi, l’osservazione e un prudente intuito”.
Quanto bello sarebbe riscoprire il valore del bene che dura nel tempo con la lungimiranza dell’educatore che sa scegliere oggi in modo da offrire beneficio al domani, non un domani qualsiasi, ma il Domani con la lettera maiuscola.
Il Domani che sogno per i miei figli è fatto di relazioni sempre più complesse, ma alla fine sempre più autentiche.
Nel groviglio della rete Internet, che oggi sembra portarsi via il nostro tempo ed anche la nostra autenticità, sogno un Domani in cui le relazioni tra le persone continuino ad essere improntate al bene, al volersi bene, a vivere di bene perché è questa la cosa che ci rende più felici.
È possibile intessere una trama nuova di relazioni autentiche tra persone, dove non è la connessione il senso dell’esistenza, ma il deposito di bene che rimane dopo tale connessione?
Chi ha immagazzinato bene, restituisce bene.
Come tutte le cose questo deposito di bene che c’è in ognuno di noi, rischia di consumarsi presto, di finire subito, di esaurirsi. Riusciamo a immaginare di trovare nuove connessioni di bene in modo da ricaricarci? Mi sembra interessante pensare che nella vita quotidiana noi siamo afflitti costantemente dalla ricerca di energia. Cerchiamo spesso prese di corrente dove ricaricare Notebook, Netbook, Smartphone, Tablet.
Quanto sarebbe bello cercare costantemente persone per ricaricarsi di bene e per rigenerare bene. Ci trasformeremmo da meri consumatori di bene a “consumatori-erogatori” di bene. Sì, perché a differenza delle macchine, con le persone la presa di corrente è bidirezionale, solo che spesso non lo sappiamo e continuiamo a chiedere bene, senza pensare di doverlo anche restituire. E forse è proprio qui che diventa importante la scuola: il magazzino di bene che vive grazie allo scambio e non solo grazie al consumo. La scuola come luogo di scambio di bene dove non c’è il contatore di bene, perché in questo luogo sono le persone illuminate a garantire luce per tutti. Più ce ne sono, più s’illumina l’ambiente. E dall’ambiente tutti traggono vantaggio perché hanno la possibilità di ricaricarsi.
Il sole riscalda le cellule fotovoltaiche sistemate sul tetto della casa e la casa raccoglie l’energia che serve per sé, restituendo ad altri quella generata in eccesso.
Sole, casa, energia. Famiglia, scuola, bene. Mi sembra una buona premessa per la soluzione al nostro caso. Ovviamente con i genitori non ho parlato di cellule fotovoltaiche e di cellulari da ricaricare per non essere confuso con l’agente di commercio di un’azienda di energie rinnovabili.
Sono partito dal bene dello studente. E di fronte al DVD che conteneva i video delle riproduzioni multimediali dell’investigatore privato e dello studente, mi sono posto il problema se considerare quelle prove come “bene” per lo studente. È curioso che la parola “bene” sia usata anche per definire qualcosa di concreto, di non astratto. Quindi, il bene concreto dello studente, in questo caso, poteva essere quello di acquisire le prove che garantissero la sua promozione contro la scuola?
Ho immaginato scenari universitari, quindi futuri, dove professori venivano spiati da investigatori privati sguinzagliati dalla famiglia per ottenere le prove della loro incompetenza o ineleggibilità e mi sono detto che a questo punto lo sforzo di controllo sarebbe stato immane per la famiglia.
Quindi, con lungimiranza, ho orientato il colloquio sul bene dello studente. Ho cercato di far capire alla famiglia che prove acquisite illegalmente non potevano essere utilizzate contro la scuola. Ho cercato di convincere che il bene dello studente non era nella contestazione alla scuola, ma nella collaborazione fiduciosa con la scuola.
Ho sostenuto che i fatti contestati erano in realtà frutto di equivoci nati dal punto di vista di un osservatore poco informato e poco attento alle dinamiche e ai tempi di recupero regolarmente autorizzati dalla scuola, quindi non sempre ciò che si vede è ciò che corrisponde alla realtà. Perché citando il Piccolo principe, “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Il bene è quell’essenziale che diventa invisibile agli occhi di chi lo compie, mentre è ben visibile agli occhi di chi lo riceve. Una scuola che punti al bene, che viva di bene e che pratichi il bene è la scuola dell’essenziale. Riconoscere il bene per riprodurlo è sicuramente una bella sfida per la scuola di Domani.
Giordano Casonato
Direttore di GSO


