Irene, il prof ed Economia Aziendale: i rapporti umani in classe - GSO

Irene, il prof ed Economia Aziendale: i rapporti umani in classe

Irene, mi ferma alla stazione delle corriere con un sorriso grande come una casa. Mi abbraccia e mi chiede:
«Salve prof, come va?»
Poi spontaneamente mi racconta che sta seguendo il corso di laurea in Scienze dell’Educazione perché l’Economia Aziendale proprio non la appassionava. Di me ricordava tre cose:

• La naturale simpatia che trasmettevo quando facevo lezione e ricordava la battuta del boscaiolo. Un giorno entrai in classe vestito con colori autunnali e il commento di una studentessa, Roberta, fu:
«Prof oggi è vestito da boscaiolo!»
Io, pronto, ripresi:
«Sì perché interrogo e vi sego tutti».
Il giorno seguente cambiai abbigliamento e i colori diventarono sul blu, a partire da un paio di vecchi jeans che avevo indossato proprio con l’intento di evitare altri commenti.
Entrato in classe, la solita Roberta mi disse:
«Prof oggi non è vestito da boscaiolo!»
«No oggi sono vestito da operaio metalmeccanico e vado giù come una pressa!»
Le battute finirono nel giornalino della scuola nella sezione ‘Mai dire prof’ e contribuirono non poco a mettere in luce la parte ironica che vive in me.

• Un’attività di rilassamento che avevo proposto loro denominata ‘Il posto tranquillo della natura’. Avevo trovato la classe particolarmente affaticata e avevano un compito importante dopo le mie ore di lezione. Erano veramente molto agitati. Proposi un patto iniziale: se alla prima parte della lezione avessero dedicato attenzione, poi avrei concesso loro questa tecnica di rilassamento per affrontare il compito dell’ora successiva.
La lezione andò benissimo e la tecnica di rilassamento, un misto di musica di sottofondo, occhi chiusi, posizione comoda, con la mia voce di sottofondo che sottolineava alcuni piacevoli momenti di tranquillità immersi nella natura, contribuì a favorire un momento di serenità per gli studenti apprensivi.

• Si ricordava senz’altro il momento in cui l’avevo aiutata ad affrontare la dipendenza da chat in cui era incappata, con conseguenze talvolta molto invasive sul profitto scolastico. Ricordo che Irene era venuta da me in cerca di aiuto perché passava ore e ore davanti al computer a chattare. Io capii subito che non era di me che aveva bisogno, ma di uno specialista. Grande fatica quella di rinviare ad altri la soluzione di problemi così intimi e personali. Spesso perché non si concede volentieri la fiducia ad un estraneo, ad un prof fuori dalle righe, un po’ naif, che insegna Economia Aziendale e che parla di relazioni interpersonali, magari sì. E così rinviare alla psicologa della scuola il problema era un passaggio delicato che però in parte funzionò. In questi casi l’insegnante si mette in gioco e non può più togliersi dalla relazione di fiducia che si è innescata. Interagendo con gli esperti deve riuscire a far comprendere alla ragazza il valore della collaborazione tra persone, per aiutarla a risolvere il problema. E in teoria le problematiche si risolvono, ma certamente dipende moltissimo dalla dinamica di relazione che c’è tra insegnanti e psicologi e dalle caratteristiche personali dello psicologo.

Insomma Irene non ricordava una sola lezione di Economia Aziendale che aveva costituito l’essenza e il motivo principale della mia prestazione di servizio all’interno della scuola.
Tra me e me pensavo che Irene tutto sommato non era stata così male come alunna. Ricordavo dei 6 e dei 7 sia nelle verifiche scritte che orali. La capacità logico-matematica, che si tende a sviluppare con la disciplina economico-aziendale, l’aveva sicuramente aiutata negli studi. Ma era questa una buona giustificazione tipica da insegnante.
Lei delle mie lezioni aveva scelto altro, sicuramente qualcosa che aveva a che fare più con le sue attitudini che con le sue competenze. E l’attitudine alla relazione l’aveva portata a dare valore a quelle poche situazioni in cui mettevo al centro la persona come essere umano, non in quanto alunno che deve imparare l’Economia Aziendale.

Prima dell’incontro tra adulti e ragazzi, tra educatori ed educandi, tra docenti e studenti, in aula c’è un incontro tra persone.

I ruoli che ci giochiamo all’interno della scuola sono dentro a dinamiche di relazione umana. Gli alunni sentono subito se l’insegnante è lì per loro o per le graduatorie, se per salire in cattedra e pontificare oppure per mettersi al loro livello e aiutarli a salire.
La guida cammina sullo stesso terreno di chi è guidato. La differenza è che chi guida, conoscendo la strada, deve stare attento al passo di chi segue. Tener conto del ritmo di tutti, dei bisogni di tutti, delle risorse di tutti è impresa difficile. La guida esperta, però, sa che nei momenti decisivi la sua esperienza diventa un punto di riferimento importante per tutto il gruppo.
Quindi, un’autorevolezza conquistata sul campo vale molto di più di un’autorità imposta: consente, anche dopo la fine della scuola, di essere cercati per orientarsi nel sentiero buio della vita, sia personale che professionale.
L’insegnante-guida, l’insegnante-collaboratore con lo psicologo, l’insegnante che dà fiducia.
Tratti di una figura professionale che, alla competenza disciplinare e didattica, aggiunge nuove competenze relazionali, indispensabili per coltivare il valore educativo della persona al centro del processo di apprendimento.

Già, il processo di apprendimento… Mi sono più volte interrogato sulla differenza tra apprendimento e insegnamento. Due facce di una stessa medaglia, che però porta effigi diverse e quindi riferimenti diversi.

Una scuola centrata sull’insegnamento fonda il suo sistema sui programmi e sugli insegnanti.
Una scuola centrata sull’apprendimento fonda la sua organizzazione sulle attività finalizzate a favorire la comprensione e sugli studenti.
Un cambio di paradigma.
Trascurando per un solo momento i numerosi problemi legati al posto di lavoro dei professori è fondamentale ricordarsi che se non ci fossero gli alunni non ci sarebbe la scuola. Quindi la scuola nasce come istituzione per favorire la crescita culturale, scientifica, cognitiva ed educativa dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Niente alunni, niente scuola. Lo sanno bene i perdenti cattedra, perché i ragazzi non si iscrivono più numerosi come una volta, per esempio ai Geometri o alla Ragioneria, creando in tal modo sofferenze nelle classi di concorso di chi insegna materie tecniche.
La sensazione è che, nel tempo, la scuola si sia sempre più fondata sugli organici, ovvero sul personale scolastico. Qualcuno, nel ministero, ha definito il problema degli organici ‘il corpo mistico’, che diventa intoccabile di fronte a qualsiasi riforma scolastica.
Io, personalmente, ne ho avuto la riprova quando ho cercato di affrontare il problema di una scuola paritaria che voleva fondare una scuola internazionale. Prospettare di introdurre nel sistema scolastico italiano una scuola superiore della durata di quattro anni avrebbe voluto dire introdurre un pericolosissimo principio di riduzione degli organici, assolutamente impossibile in Italia, ma non in Europa dove i quattro anni di scuola superiore sono la regola.
Ho trovato vuoti normativi, leggi ad institutum, procedure fatte diventare legali con escamotage all’italiana, insomma, di tutto di più.
Arrivati a questo punto possiamo cogliere meglio il tema centrale: l’alunno persona come centro della scuola in un sistema organizzato per l’apprendimento e non per l’insegnamento.

In buona sostanza, come dovrebbe cambiare la scuola di fronte a questo nuovo paradigma?

Nella mia esperienza di dirigente scolastico partendo dall’idea che ciascun ragazzo ha un talento e che la realtà lavorativa e universitaria hanno in sé la possibilità di sviluppare tali talenti, ho introdotto la didattica personalizzata attraverso il sistema dei CFO (Crediti Formativi Orari).
Attraverso l’autonomia scolastica consentita per legge, ho ridotto alcune ore di lezione per introdurre corsi -sempre e comunque previsti dalla legge- che mettessero gli studenti nella condizione di scegliere autonomamente le discipline per cui erano portati.
Ho fatto realizzare un software specifico che rendesse possibile una gestione così complessa e nuova. Allo stesso tempo questa neonata ‘architettura formativa’ ha avuto come conseguenza la possibilità da parte degli insegnanti di mettersi in gioco con le proprie passioni, le proprie attitudini e relazioni con il mondo del lavoro e dell’Università, tanto da far emergere proposte di offerta formativa nuove e brillanti.
Così, sono nati i corsi di Informatica specializzata in Robotica educativa; corsi di Educazione Mediale che hanno generato veri e propri esami riconosciuti nel voto e nei crediti dalle Università; corsi di approfondimento biologico-sanitario con verifica sul campo nei laboratori e nelle sale operatorie della locale azienda sanitaria; corsi di strumento musicale come disciplina aggiuntiva; corsi di inglese con docenti madrelingua.
Tutti questi corsi sono stati offerti agli studenti nella logica di favorire il loro percorso formativo personalizzato sulla base dei loro stessi interessi e quindi per promuovere, sostenere e valorizzare i talenti.
Ciò è avvenuto nel rispetto della normativa italiana e, dopo esser stato introdotto nella scuola superiore, ha prodotto cambiamenti anche alle scuole medie ed elementari (pardon, secondaria di I grado e primaria).
Come dirigente di una scuola omnicomprensiva, quindi, ho avuto la possibilità di trasferire le interessanti iniziative della Robotica Educativa, dei corsi di Lingua, della Musica nella logica del curriculum verticale (lo sviluppo dei programmi disciplinari lungo tutto l’iter scolastico), e ho favorito perciò l’incontro tra studenti e docenti di istituti di grado diverso.
Ho visto così un progressivo cambiamento della scuola tradizionale verso la Scuola dei Talenti.

Giordano Casonato

Direttore di GSO